Testi critici

 


L'ombra del suono - performance Giacomo Roberto _ Istituto Statale d'Arte Pisa
L'ombra del suono - performance Giacomo Roberto _ Istituto Statale d'Arte Pisa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valentina Basi presenta un'opera di Giacomno Roberto in occasione della manifestazione LIS per tutto. centro SMS viale delle piaggie PIsa 2015



 

 

 

 

 

Nota critica di Piero Tallarico

 

 

E’ un territorio libero quello dello sguardo, libero e personale. Basta farci caso. Pensateci un attimo. Con lo sguardo si può trovare, nelle parole messe in fila di un pensiero scritto come nei colori che un pittore mette sulla tela, la possibilità di avvicinarsi così tanto da riuscire a entrare per un istante nel mondo esatto e impreciso di chi, per gusto passione e istinto, regala se stesso attraverso la sincerità di parole o colori adiacenti, senza chiedere altro in cambio che l’attenzione dello sguardo. E’ un dono se ci pensate, puro e di una semplicità quasi dimenticata, il regalo nemmeno incartato di una possibilità in più forse solo messa da parte, la possibilità di potere, in silenzio, immaginare. Ecco, immaginare. Una cosa straordinaria, ne converrete di certo. E’ come giocare con le nuvole. Quante volte lo abbiamo fatto, da bambini? Eppure è proprio così, in fondo lo sapete anche voi. Nello sguardo, nel vostro, quello di cui siete capaci, c’è tutto quello che serve. Con lo sguardo è possibile a volte disegnare nei propri pensieri quello che per gli altri semplicemente non è. Conta la voglia di lasciarlo libero, niente altro. In fondo se c’è un trucco, è tutto qui. Davanti a una tela dipinta ad esempio, lo sguardo sa come fare nonostante noi, si muove, prende accordi col pensiero e riconosce trame nuove partendo da uno stesso dettaglio diverso per ognuno, immagina disegni possibili da trasformare cambiando appena la messa a fuoco, fa accostare colori a volte perfino inventati proprio come ha fatto il pittore, spalancando a sua volta immagini nuove e personali dove il dettaglio può farsi onda o mare in quiete o petalo di un fiore, dove si può riconoscere in profondità la trama della stoffa di un abito o di un kimono dai colori riposanti e profondi, conseguenti come un senso nuovo di accoglienza, il rosa e il rosso, il viola, il blu che si confonde con l’azzurro senza disturbare. L’accoglienza, già. Che splendida parola. Ecco, lo sguardo, il vostro, è il luogo esatto dell’accoglienza da dare e
ricevere, è dove tutto è possibile, dove tutto alla fine, dopo essere stato, resta. E’ un privilegio e non sempre succede, lo sapete anche voi, e magari chissà, sarete d’accordo con me. Approfittatene allora, non vi manca nulla per farlo, abbandonate il ritegno che a volte vifrena, l’indifferenza che vi sfiora o le paure che di sicuro avete, prendetevi il tempo e il sorriso che è vostro e vi serve, e con lo sguardo, immaginate.

 

 

 

Nota critica  di Massimo Piccione

 


Dipingere oggi non significa necessariamente fare dei

quadri. È un’attività che consiste nell’elaborare forme
colorate, ma anche nell’operare con i differenti aspetti
della pittura nel corso della sua storia
(David Rosenberg, 2003)


È un po’ come quando, una mattina, apri la finestra e la stanza si riempie di colori: è arrivata la primavera! Così è per questa fase della produzione di Giacomo Roberto. Che solo pochi mesi fa
preferiva i toni dal grigio al nero … Di strada ne è stata fatta parecchia, infatti, nel cuore e sulle tele. L’aprirsi a nuove imprenditorialità, le letture, gli incontri, i viaggi … o forse la passione e la pratica della musica indiana (Giacomo da tre anni studia e suona il sitar accompagnato nel suo percorso dal maestro Pritam Singh). Ma non solo questo, in quanto nella serie dei “pavoni” e degli “elefanti” l’autore va a recuperare la sua attitudine al segno grafico e il suo amore per le diversità dei corpi e delle anime. Queste opere possono essere percepite solo con un approccio spontaneo, diretto, puro. Nascono per costruzione dinamica, per istinto di vita, nell’afflato con il tutto. Potremmo coglierne l’aspetto figurativo (naïf, come le foglie nei boschi di Rousseau il doganiere?), oppure quello astratto (i cerchietti di Kandinsky o le casette di Léger?) o addirittura futurista o bauhaus? Direi che questi richiami non abbiano che poca importanza. Le nuove tele del pittore pisano ci riportano piuttosto ai kilim turchi o ai mandala buddisti o ai raga indiani. Con questi, sopra quelli e ancora sedotti dalla melodia degli ultimi potremo cogliere la complessità degli intrecci e la cooperazione delle creature esistenti nelle forme che esse creano. Giacomo Roberto ne diventa tramite, messaggero, segnale vivente. Da sempre l’artista (e l’uomo) fonde culture, colori, lingue, sapori, grafemi, stili, relazioni in un tutt’uno in continua evoluzione. Gli siamo grati anche semplicemente perché, come nelle opere in mostra questa complessità nutre la nostra gioia di esistere.

 

 

 

Nota Critica di Daniele Ronco

 


Giacomo Roberto. La prima volta che lo ho visto e mi si è presentato non ho capito quale fosse il nome e quale il cognome. Poi l'ho rivisto insieme ad alcune opere, seduto, feroce quasi come esse.
Poi l'ho rivisto truccato da pirata in coda ad una sfilata in costume. Al lavoro oer i bambini, con i bambini, Poi gli dissi che mi sarebbe piaciuto presentare le sue pitture al Grandevetro, che avrei curato volentieri una nota critica. Ho visto altri suoi quadri, la sua casa, la sua famiglia. Ho preso foto, appunti; innestato ricordi nella memoria. Stima. Non è semplice parlare d'Arte, o forse lo è troppo. Certo che se il manoscritto arriva dal mare in una bottiglia, il solo scopo potrebbe essere la decifrazione, l'inserimento in un contesto, la mutazione dello “sconosciuto” nel “conosciuto”, la comparazione, l'analisi della filiazione, della geminazione ed altro ancora: ma se sai chi era l'imbottigliatore, come cambia il ricordo con l'opera?

 

Scrivevo un tempo:


“Ed entrare così, come attraverso
una lastra di vetro o da una porta
che si sta schiudendo, in una vita
che già scorre lenta e feroce
e trasporta con sé tronchi
e pagliuzze, I nostri domini
si appannano al buio dei desideri,
coltivano ghiaccio come frutti
della passione. Ma se la storia
porta un fine, se tutto ritorna
dopo la pioggia alla pace sublime,
se solo la roccia non conosce
paura...”


Come si sogna dopo aver mangiato pesante? E che stimoli avrà il mio REM se su un fianco o sull'altro poggio il dolore del corpo ? Cosa si dipinge, o si crea dalla creta, dopo aver mangiato pesante? O dopo aver visto immagini di guerra, sentito urla, palpato qualcosa che si va decomponendo? Come si può capire la vita se non hai assaggiato la morte il caldo se non conosci il freddo? Il buio se non sai la luce ? Giacomo Roberto è un pittore: Schierato con la sua arte. Che fa ricerca, che sta cercando qualcosa che è dentro alle forme, nascosto nei colori (cupi, violenti) nelle pennellate e nei colpi di materia. Schierato, certo, lo ripeto, anche se non conta dire dove e come. Lo è perché sa che niente è neutrale in questo post-mondo: anche le bottiglie assumono parvenze antropomorfiche (sopra il collo c'è quasi una testa) e trasmettono pena, fastidio. La stessa tecnica di Giacomo è violenta (anche se non esaurisce la sua funzione “liberandolo” , anzi lo lascia in uno stato di insoddisfazione frustrante poiché non può portare alla ricerca del “bello” ma solo del “necessario”) E' come un vomito che non dà guarigione sebbene serva. Non sarà certo un caso che Giacomo lavori spesso con bambini e handicappati. Nella pittura di Giacomo , il superamento dell'angoscia di Munch (ancora lui, certo) avviene non nel positivo, bensì in un'assenza ben più cruda (verrebbe voglia di dire “post-moderna”) di qualsiasi utopia e speranza. Ed è vero , in questo che dal parto (soggetto di una serie di opere) prevalga l'aspetto “dolore” (fisico per sopportare un corpo che quasi non si riconosce, gonfio, alieno; e psichico nell'atea dolorata del travaglio) sulla gioia umana della continuità della specie. I toni sono cupi, con scie rosso-sangue, come se la sola luminosità possa essere quella di un fluido scorporato e pertanto non più vitale (ma traccia del ricordo della vita). Un'altra serie di dipinti, dedicata alla povertà possiede il medesimo dolore, anche se qui è più statico, non è urlo, non lo è più essendo già ferita, già corpo inerte, non più ribellione ma solo attesa della fine. Fu tardi quando compresi che nessuno dio o nessun dolore rimane accanto alle noci spezzate

 

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Nota critica di Ilario Luperini


La convinzione che le interazioni linguistiche siano il miglior modo di espressione artistica contemporanea pervade tutta l'attività del Circolo “Jackson Pollock”. I progetti che nascono da questa convinzione denunciano con chiarezza la loro ascendenza e al loro storia culturale: Il richiamo al capostipite dell'action painting non è davvero casuale, ma rappresenta una consapevole dichiarazione di poetica, una dichiarazione che implica, tuttavia, insieme adesione e superamento. Certi di vivere in una società in cui il predominio dell'immagine è funzionale al potere costituito e in cui l'omologazione culturale più che un rischio sta diventando un 'incombente realtà, gli artisti del “Pollock” , a partire da Giacomo Roberto che ne è il fervente animatore, si sono progressivamente fatti
strada e nella realtà culturale pisana, conquistandosi uno spazio specifico, intorno al quale ruota un numeroso stuolo di giovani. Volendo sottrarsi alla “dittatura” del mercato ed avendo assimilato molte lezioni delle neoavanguardie, conducono un'attività che si sviluppa intorno ad alcuni dei tempi più scottanti della nostra civiltà, dall'ecologia alla multiculturalità, dall'affermazione dei diritti delle
minoranze alla ricerca dei rapporti interosoggettivi, alla concezione dell'arte come atto liberatorio. Ne derivano , in massima parte, vere e proprie “azioni sceniche” in cui pittura, musica, danza e teatro
confluiscono in operazioni che superano la provocazione per divenire strutturate e organiche composizioni. Se l'abbrivio è la costatazione della crisi dell'arte come forma- Ed in questo è chiaro il
riferimento alla poetica dell'informale intesa come traduzione europea dell'action painting americana, la strada per il superamento del punto di crisi non è il rifiuto del linguaggio, ma la sinergia dei vari linguaggi. L'arte è  un atto totale che libera le potenzialità umane e induce consapevolezza dei limiti, ma anche coscienza dei diritti. E' proprio per questo che l'Arte non può ridursi al puro atto (in questo la lezione di Pollock è assimilata e superata); l'arte è , si, un gesto di irruzione nello spazio quotidiano depurato e libero da qualsiasi condizionamento (happening), ma l'esperienza artistica , opera o evento, è anche occasione per realizzare una presenza politica e un segno di energia della realtà. I vari linguaggi convergono, unificati dalla volontà di creare una serie di reazioni a catena a termine delle quali far sorgere la consapevolezza di sé e del proprio essere con gli altri. Alla base dell'opera solo apparentemente c'è la casualità. I margini di casualità sono minimi, Il gruppo
di artisti sceglie i materiali, le tecniche , i modi della loro applicazione e de loro coordinamento, prevede le interazioni , calcola i movimenti, dosa le luci, prefigura suppur non in maniera del tutto
meccanicistica, le emozioni che attraverseranno l'opera nel suo farsi, in definitiva progetta: Ma è un progettare libero da costrizioni mercantilistiche , un progettare in cui razionalità e improvvisazione
tendono all'equilibrio, anche se il risultato non sarà mai un prototipo, ma un'azione irripetibile. E' una sorta di progetto che afferma e nega se stesso contemporaneamente, come l'esistenza che è un
continuo , irrisolto fluire di contraddizioni. Questo modi di intendere scaturiscono , sotto forma di intuizioni prima che di riflessioni dopo, dall'entusiasmo e la pervicacia con cui il progetto lavora.
Il senso del “dejà vu” che di tanto in tanto traspare dai loro esperimenti artistici attestano l'autenticità e l'impegno delle proposte , il coraggio intellettuale di confrontarsi., la voglia di scuotere un ambiente artistico sonnolento, l'esistenza di un mondo che vede nella liberazione delle potenzialità creative la via maestra per sottrarsi all'omologazione; e lo fa non con patetico piglio ribellistico, ma con ferma e convinta compostezza di chi conosce la complessità tecnica ed espressiva del fare artistico e la gradualità necessaria al realizzasi id un progetto

 

 

Nota critica di Giorgio Fornaca


“ se ti opponi a tutte le sensazioni,
non avrai alcun riferimento per distinguere
anche quelle che tra di esse proclami false”
(Epicuro)


I lavori di Giacomo Roberto recano in se l'impulso, veloce e quasi repentino, ad afferrare e sviluppare il senso prepotente della materia e dei colori. Un captare sensazioni vitali che si esprimono in una rappresentazione del tutto interiore della “forma” Il gesto come impulso carnale verso al conoscenza di sé stesso e delle cose del mondo: Non vi è compiacimento, come in molte tecniche attuali. Vi è, di contro, una cosciente “incoscienza”. La materia del colore ad olio subissa il nostro pittore nel vortice delle sensazioni, per restituirlo a noi come raffigurazione interna del mondo esterno.
Raffigurazione, ma anche e sopratutto trasfigurazione. E qui sta il coraggio di Giacomo Roberto, quasi un Ecce Homo o meglio un Noli me tangere. I colori vorticosi che nascono dal suo plasma primordiale ci trascinano in un inferno-paradiso in cui al percezione è sollecitata in un modo estenuante.Ed è questo volere scuotersi per scuotere, che ne fa, in sé, un uomo che affronta il suo tempo; è un sollevarsi e volere emergere come elemento della natura sopra ad un altro. In questa lotta poderosa, al fine, si acquieta per contemplare e rimescolare la materia che ci pone davanti.
Ma guardate ed osservate, che al fine di ogni discorso, è ciò che ognuno dovrebbe sempre fare , perdefinirsi degno di “essere un uomo